Estetica, arte e paesaggio. Da Pompei a Schifano
di Roberto Pacchioli
Il paesaggio, nella storia dell’arte, segue un percorso a parte.

Dagli affreschi di Pompei ai paesaggi anemici di Schifano, la sua evoluzione - o involuzione - fa il paio non solo con la storia dell'arte ma con la storia tout court.

Ci meraviglia, per esempio, la contemporaneità  degli affreschi pompeiani nella descrizione dell’ambiente familiare, della natura e delle architetture; ci fanno riflettere le descrizioni paesaggistiche nascoste nelle miniature medievali; e il rinascimento preannunciato dagli arazzi francesi che aprono alla natura; le prime descrizioni delle città  come la Padova gotica di Giusto de’ Menabuoi; e poi ovviamente l’apertura polifonica di Giotto che fonde città , interni e paesaggio, la «metafisica» di Simone Martini, con lo sfondo del paesaggio protagonista, nel Guidoriccio da Fogliano; la città  del «Buongoverno» del Lorenzetti.

Siamo un po’ tornati alle origini per fare un grande salto verso l’opera che proponiamo a corredo di questo articolo, un tipico «Paesaggio anemico» del «contemporaneo» Mario Schifano anche lui, dopo secoli e millenni ossessionato dal paesaggio tanto da farne quasi la costante della sua ricerca pittorica. In mezzo Leonardo, Giorgione, Corot, gli impressionisti, i fauves, quasi tutti insomma.

Questo perché il tema del rapporto tra l’uomo ed il paesaggio è strettamente connesso alla sua crescita dalla savana, alle grotte, dalle caverne alle capanne, dai villaggi alle città . L’uomo si è sempre dovuto rapportare con il mondo circostante e il suo sguardo lo ha percepito come paesaggio solo dopo che lo ha conosciuto e dunque appreso.

Giovanbattista Vico fu il primo a inquadrare il problema della collocazione dell’uomo nel mondo come etico e proprio per questo è considerato il fondatore dell’estetica «senza l’arte», o quantomeno per la quale l’arte è da considerarsi collaterale se non proprio come questione a parte. «Giambattista Vico, nella Scienza nuova, delinea l’evoluzione dell’umanità  dai tuguri alle accademie - scrive Massimo Venturi Ferriolo in “Percepire paesaggi. La potenza dello sguardo” (Bollati Boringhieri, 2009 , euro 26,00) -. Ora le accademie discutono». È il suo punto di partenza di intendere l’estetica, senza dubbio caratterizzante, legato all’uomo, alla terra con un maturato e consapevole rifiuto di una “dimensione teorica” sempre pi๠lontana dall’esistenza e dal concetto dalla realtà .

Prima dunque che estetico, il riferimento è sempre etico.

Etica nel senso che per paesaggio deve intendersi qualcosa che, prima di essere percepito dall’uomo come tale, è da esso vissuto adattato alle sue esigenze vitali.

Dunque Giambattista Vico come colui che ha stabilito un rapporto diretto tra la necessità  dell’uomo di fare, di industriarsi in un’arte come necessità  vitale, per vivere, pi๠riparato, pi๠sicuro; da solo e con gli altri uomini, per farsi forza, per difendersi, per cacciare, per disboscare la foresta, per dissodare la terra.

Tutto questo lavoro crea delle cose che sono visibili, che restano. Poi, una volta conosciute durante il fare, sono viste come cosa, come oggetto, come frutto di quel fare. Con tali «cose» per le quali si è scavato nella conoscenza, nell’esperienza, si crea necessariamente un rapporto empatico che le inserisce nella dimensione della realizzazione e della comprensione, della relazione amicale, della identificazione e dell’apprezzamento: ciò che poi - in una parola - l’uomo definisce bello o bellezza.

È esattamente il percorso inverso a quello che si fa nelle Accademie o nei discorsi accademici. Dato il bello lo si definisce e lo si attribuisce. La grande mistificazione di un certo modo di intendere l’estetica è stata questa. Fare il percorso inverso a quello del senso, con un conseguente parlare a vuoto di bellezza come si parla a vuoto di metefisica.

Il bello può avere senso solo se rappresenta la stratificazione delle esperienze concrete dell’uomo nel suo percorso di scoperta e di sistemazione di se stesso nel mondo che è diventato suo, nel suo paesaggio, nella sua casa, nella sua città . E’ anche il motivo per cui il bello l’uomo lo riconosce dopo l’esperienza, quando questa rappresenta per così dire il pericolo trascorso e passato, quando le scelte che magari non si rifarebbero perché la loro necessità  è superata, vengono riviste con nostalgia e comprensione e soprattutto contestualizzate e storicizzate. A questo punto assumono il contorno sia del mito sia del simbolo.

Alla stessa conclusione giunge Alessandro Carrera (La consistenza della luce, Feltrinelli, pag. 190, euro 19) quando si pone il problema della luce come scelta fondamentale nella per la vita, in senso proprio, di necessità  esistenziale, di riparo psichico, per l’uomo sparso e sperso nel mondo. La luce diventa sacrale, contrapposta al buio, simbolo del bene contro il male; la luce diventa l’origine della vita.

E’ alla base del mito di cui parlano i filosofi da Platone fino ad Heidegger e Merleau Ponty. E non per nulla è alla base della storia dell’arte che altro non è che la storia dell’uomo.

Possiamo dunque concludere ancora che non è l’arte che descrive il mondo ma che è il residuo e la traccia, della presenza dell’uomo nel mondo.