
Si dice spesso che l’arte sia affetta da strabismo. Vive periodi nei quali il suo sguardo è rivolto al passato ed in altri al futuro. I nostri giorni sono, evidentemente non senza motivo, caratterizzati da molte ricerche solo ed esclusivamente rivolte al presente, addirittura all’attimo. Quella di Marina Abramovic è tra queste.
Le sue sono “performance” vissute, è proprio il caso di dire, in prima persona, alla cattura dell’istante nella scoperta della sua identità e, con essa, dell’essenza dell’arte. Il suo corpo è il riferimento interno ed
Quella del rapporto tra segno e ontologia è una questione sulla quale occorre tornare in questo momento di radicale mutazione dei rapporti intersoggettivi dovuta ad un sistema di comunicazioni assolutamente originale e nuovo dato dal passaggio dalla materialità all'immaterialità, dall'hard al soft, dall'analogico al digitale per l'applicazione nella quotidianità dell'elettromagnetismo. La novità è data dalla base estetica del sistema basato sulla interfaccialità e cioè dalla possibilità di modificare ed essere modificati. Anche la neurofisiologia fa nuove scoperte in merito. Ad esempio i correlati neuronali delle memorie a breve e lungo termine sono determinati da modificazioni conseguenti al comportamento ed all'esperienza (Eric Kandel, "Alla ricerca della memoria", Codice Edizioni, 2007, euro 32). L'altro luogo di reciproche modificazioni è la rete nella quale inevitabilmente si è sempre più coinvolti..
Queste novità epocali per la società, per l'arte, sono solo la conferma della funzione che essa ha costantemente avuto. L'arte infatti è sempre stata "interfacciante" con la società, su basi estetiche e conoscitive. L'uomo ha usato l'arte per afferrare la realtà e si è rispecchiato in ciò che da essa residua, l'opera, inevitabile testimonianza sia della atemporalità dell'arte sia della temporalità dell'opera.
Dunque materialità e immaterialità, corpo e ”anima”. Se l’opera d’arte è la “memoria” per eccellenza della conoscenza, tutte le memorie che non vengono esternate restano intimamente connesse con il nostro corpo e rischiano con la sua fine di finire anch’esse.
Da qui la antica funzione primaria e generale della scrittura come memoria. Fu una contestatissima rivoluzione quella di usarla per conservare il più possibile quanto prima veniva solo tramandato; altra rivoluzione fu la stampa della scrittura con caratteri mobili perché dette la possibilità di espandere a molti la memoria scritta; l’ultima rivoluzione, quella elettromagnetica, ha dato la possibilità a tutti di portare ovunque e a chiunque la memoria del singolo che ha la reale possibilità di divenire memoria collettiva. Questa memoria, così conservata e comunicata all’esterno, secondo Maurizio Ferraris, costituisca l’anima dell’individuo e la sua identità ontologica (“Anima e iPad. E se l’automa fosse lo specchio dell’anima?”, Guanda, pagg. 186, euro 16,50). E merita una profonda riflessione anche il problema della leggibilità futura delle registrazioni con questi sistemi che se da un lato tendono a divenire sempre più facili ed estesi quanto a fruibilità, dall’altro, anche per la complessità dei linguaggi usati e per il loro rapido superamento, creano già a distanza di pochi anni, problemi di leggibilità intesa come vera e propria possibilità di “vederli”.
E allora per essere sicuri di “salvarsi l’anima” e renderla comunque leggibile nei secoli futuri occorrerà prudentemente provvedere alle “stampate” più o meno gutemberghiane dei files e ritenere che la scrittura, il segno materiale, ontico non è stato ancora suparato.
Non tanto “cogito”, potremmo dire, ma “scribo ergo sum”. E’ la memoria- testimonianza di me, attraverso il segno che mi fa essere:una delle chiavi di lettura delle iscrizioni-incisioni rupestri, delle grotte dipinte della preistoria, arte e segno connessi intimamente con l’uomo e con la sua essenza.
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