Si dice spesso che l’arte sia affetta da strabismo. Vive  periodi nei quali il suo sguardo è rivolto al passato ed in altri  al futuro. I nostri giorni sono, evidentemente non senza motivo, caratterizzati da molte ricerche solo ed esclusivamente  rivolte al presente, addirittura all’attimo. Quella di Marina Abramovic è tra queste. Le sue sono “performance” vissute, è proprio il caso di dire, in prima persona, alla cattura dell’istante nella scoperta della sua identità e, con essa, dell’essenza dell’arte. Il suo corpo è il riferimento interno ed

IFF Foto Festival - Nanni Fontana racconta «Violence in Honduras»


Immagino il Festival come una piacevole occasione di dibattito e confronto sul fotogiornalismo indipendente, uno scambio che faccia crescere – prima ancora che il pubblico – noi fotografi. Un’opportunità per fare il punto della situazione e per pensare possibili percorsi guardando al futuro.

Nanni Fontana, autore di «Violence in Honduras», racconta il festival, la mostra e il mestiere.


La mostra

L'Independent Foto Festival è il giusto punto di arrivo per Violence in Honduras.

Questo reportage sulla violenza in Honduras è stato prodotto nei mesi di marzo e aprile del 2009. Quando Luca Nizzoli mi ha contattato e mi ha chiesto se volevo esporlo a Ivrea accanto al lavoro di Alessandro Tosatto e Silvia Morara, ho pensato che sarebbe stata una bella occasione per raccontare ancora una volta i problemi di un paese che purtroppo attrae l’attenzione solo di pochi ma che ne meriterebbe molta di più.

L’Honduras è considerato un paese a medio tasso di sviluppo umano ma molti dei problemi che lo affliggono sono gli stessi che caratterizzano i paesi del terzo mondo.

Sono molto orgoglioso del fatto che negli stessi giorni del festival di Ivrea, alcune foto dello stesso lavoro andranno a Vienna negli uffici del United Nations Office on Drugs and Crime per una mostra collettiva sulla violenza delle gang nei paesi del Centro America organizzata in occasione del 10° anniversario della Convention on Transnational Organized Crime, il cui Protocollo sulle Armi da fuoco in molti stati membri non è ancora stato firmato e/o ratificato.


Fotografare

Oggi più di ieri c’è una forte necessità di tornare a fare informazione in modo consapevolmente responsabile. Nella società di oggi ci sono mestieri che rendono chi sceglie di esercitarli più responsabile degli altri nella costruzione del futuro spazio comune in cui vivremo con i nostri figli. Penso a chi si occupa di gestire la res pubblica, a chi si occupa d’educazione in generale, a chi si occupa di pubblicità, a chi si occupa di fare informazione. Questi, come molti altri, sono mestieri che esercitano un’importante influenza nella formazione delle menti e dei comportamenti delle generazioni future. Sono mestieri che, al fine di migliorare la società in cui viviamo, devono rivolgersi responsabilmente alle nuove generazioni, ai ragazzi e alle ragazze adolescenti, perfino ai bambini. Credo sempre più che sia molto importante, quasi un dovere, che ciascuno di noi contribuisca attivamente e responsabilmente, per quel che gli è possibile, alla costruzione di uno spazio sociale migliore di quello in cui viviamo oggi. Per quanto mi riguarda, la scelta di fotografare è arrivata molto tardi, nel mezzo degli studi universitari. Ho trovato nella fotografia il lato creativo della mia capacità d'espressione e, soprattutto, la migliore scusa per vivere in prima persona situazioni che m’interessava conoscere e approfondire. Oggi prendo molto seriamente il mio lavoro ma, soprattutto, ancora mi diverto moltissimo perché è un lavoro che mi obbliga al contatto con le persone, a essere curioso e, spesso, a mettermi in discussione superando i miei limiti. Una continua sfida a migliorarsi insomma.


Il mestiere: cosa, come e perché

Il fotogiornalismo è una questione di attenzione e curiosità per l’altro. Cosa fotografare e perché farlo sono due aspetti di un unico pensiero, un unico movente.

Non parlo di ciò che spesso si deve fotografare per portare a casa la pagnotta a fine mese ma di ciò che fotografiamo per scelta, per rispondere alla necessità di dare un senso al nostro lavoro che è poi espressione del nostro percorso di uomini, di esseri viventi.

Penso che la scelta delle storie che decidiamo di raccontare non solo dipenda, ovviamente, dalla combinazione di coincidenze e casualità che ci portano a percorrere una strada piuttosto che un’altra così ma che, soprattutto, rispecchi la sensibilità che ciascuno di noi si porta dentro e l’attenzione che si vuole porre a ciò che succede al di fuori di noi stessi, delle nostre piccole vite che troppo spesso pensiamo non avere alcuna relazione diretta con gli avvenimenti che decidono delle vite degli altri.

Credo di appartenere all’ultima generazione di persone che ha iniziato a fotografare in pellicola.

Quando sono diventato un fotografo professionista però ho dovuto passare immediatamente al digitale e quindi in realtà non posso dirti di come il lavoro vero e proprio sia cambiato da questo punto di vista. I primi lavori che ho messo insieme avevano un ritmo dettato prevalentemente dai costi, l’acquisto di pellicole, lo sviluppo, i provini e magari anche le stampe. Senza contare i costi di produzione veri e propri del lavoro.

E sempre all’inizio l’idea era quella di produrre dei reportage alla maniera dei grandi maestri, con la dovuta calma e prendendosi il tempo non solo necessario ma anche quello che era a disposizione, considerato il fatto che prima studiavo e poi per due anni ho lavorato in altri ambiti, non come fotografo.

Quando sono diventato professionista ho fatto il cronacaro per tre anni, seguivo le news cittadine, poi nazionali e dopo ancora anche quelle internazionali. Il fotografo di news ha tempi rapidissimi, tra lo scatto e l’invio delle foto in agenzia deve passare il minor tempo possibile e spesso, almeno qui in Italia, le foto devono avere un taglio poco autoriale e molto didascalico. Si scatta come piace ai giornali per i giornali.

È sempre più difficile che un giornale o una rivista ti chiamino perché piace loro il tuo modo di scattare, di interpretare e raccontare un avvenimento o una storia.

Anche per questo ho deciso poi di tornare a lavorare come facevo all’inizio, usando meno il pulsante dello scatto e di più la testa, con ritmi più lenti e dedicando tempo prezioso all’organizzazione del lavoro da svolgere. Oggi la fase di produzione sul campo di un reportage è solo metà dell’opera, l’altra metà sono ricerche, telefonate, progetti scritti, lavoro d’ufficio si potrebbe dire.


Violence in Honduras
di Nanni Fontana
dal 15 al 31 Ottobre - Sinagoga - Ivrea

Le mostre dell'IFF Independent Foto Festival

Independent Foto Festival
dal 15 al 17 ottobre a Ivrea

lunedì 11 ottobre 2010 ore 12:01
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