Si dice spesso che l’arte sia affetta da strabismo. Vive  periodi nei quali il suo sguardo è rivolto al passato ed in altri  al futuro. I nostri giorni sono, evidentemente non senza motivo, caratterizzati da molte ricerche solo ed esclusivamente  rivolte al presente, addirittura all’attimo. Quella di Marina Abramovic è tra queste. Le sue sono “performance” vissute, è proprio il caso di dire, in prima persona, alla cattura dell’istante nella scoperta della sua identità e, con essa, dell’essenza dell’arte. Il suo corpo è il riferimento interno ed

Il Nuovo Futurismo visto da Luciano Inga Pin: «Il piacere di essere»

testo di Luciano Inga-Pin del 1985

Il Nuovo Futurismo nasce a Milano e come tutti gli eventi storici che si rispettano ha due date: quella dell’estate ’83, quando trovai un nome a questa storia; l’altra, nell’aprile dell’anno successivo, quando presentai ufficialmente il movimento all’Arte Fiera di Bologna con tanto di catalogo e biglietto da visita.

A ben guadare ne esisterebbe un’altra: quella del maggio dell’81, ovvero il primo tentativo, ma ancora maldestro, di voltare decisamente le spalle a tutta la brutta pittura che stava inondando il mondo dell’arte con una più spiritosa mostra a Legnano, nell’hinterland milanese. Al piano terra e nella cantina di una palazzina Anni Trenta vennero collocati degli oggetti-scultura molto colorati, privi di qualsiasi genealogia culturale, ma piuttosto vicini ai giocattoli o a dei plastici teatrali.

La gente scendeva e saliva, abbastanza divertita, come in un grande magazzino durante le feste natalizie; osservava, commentava, sorrideva e non si rendeva conto che aveva a che fare ugualmente con l’arte. È probabile che qualcuno provò seriamente a pensarci durante il dibattito – quello strano, misterioso momento didattico-popolare in cui saltano fuori alla rinfusa tutte le parole colte - ma davanti al tavolo delle vivande la gente riprese a divertirsi e a sorridere fino a notte fonda senza preoccuparsi minimamente di ciò che aveva visto e di ciò che avrebbe potuto accadere dopo quella mostra. Decisamente non erano problemi suoi. Un obiettivo era stato raggiunto: quello di offrire una pausa di ottimismo i mezzo al melodramma pittorico italiano pieno zeppo di uomini volanti, animali volanti, stelle volanti, case volanti, alberi volanti, angeli che scattano a destra e a sinistra in un cielo intensamente cupo come se tutto il traffico terrestre si fosse trasferito lassù.

La mostra aveva ovviamente un titolo e questo titolo era «L’Oggetto Manifesto», una specie di «rivelazione» in mezzo, appunto, agli olii e alle tempere: l’oggetto che si rivelava agli uomini con tutta la sua carica volumetrica e la sua prepotenza cromatica e allo stesso tempo era anche il manifesto dell’oggetto, di questa nuova oggettualità che senza mezzi termini annunciava sempre agli uomini «sono qui, comprami!» Comunque dai sorrisi di quella serata mi resi subito conto che ci si poteva spingere tranquillamente oltre, anche perché la crisi economica, almeno qui in Italia, mostrava già la parte finale della coda. I successivi incontri con Renato Barilli e soprattutto con Francesca Alinovi mi diedero ragione. Anche Francesca stava portando avanti un progetto simile al mio, diverso nella sostanza, ma parallelo nella forma: un’arte (oggettuale) da consumarsi velocemente come un prodotto di largo consumo, che non creasse problemi socio-intellettuali e che fosse la reale, fedele testimonianza di una generazione «Ora o mai più!».
I protagonisti di questa avventura furono definiti da Francesca “enfatisti” e all’interno di questo discorso a più voci era possibile intravedere la lezione dei Futuristi lasciata in sospeso per ovvi motivi. Di ciò Francesca ed io eravamo consapevoli e nell’autunno dell’82 cominciammo a frequentarci più assiduamente e a lavorare insieme: ognuno di noi avrebbe portato avanti il «suo” gruppo e poi avremo riunito le forze in una grossa mostra la stagione successiva.

A metà giugno dell’83 Francesca dovette prematuramente lasciare incompiuto il suo progetto; il suo gruppo si sciolse e ciascun enfatista cominciò a muoversi per proprio conto. A Milano completai la ricongiunzione del lavoro fin qui compiuto: in primo luogo intensificando i colloqui con i miei artisti e fissando con loro un incontro settimanale, il cui scopo era quello di verificare e aggiornare in continuazione la immagine del Nuovo Futurismo e al tempo stesso di trascorrere delle piacevoli serate al ristorante, nelle discoteche o imbrattando i muri della metropoli.

Tutti insieme avevamo molte cose da dirci come dire che facevamo molto rumore, anche perché il silenzio della pittura ci infastidiva, mentre l’inettitudine di molti altri artisti ci faceva capire che si era creato un vuoto e questo vuoto doveva essere riempito a tutti i costi, ora o mai più!

Per prima cosa rimettemmo nel cassetto i gioielli di famiglia: ideologie, buoni propositi, talento, tutto il fumo dell’arte degli specchi, le quinte, i fondali… insomma tutto quello che la gente pensa dell’arte e per questa ragione viene ancora spacciata per unica e rara.

In secondo luogo prendemmo in considerazione, e questa volta seriamente, la città nella quale operavamo. Una città che non ha mai prodotto arte o cultura né tanto meno manufatti o altro ma solo servizi, informazioni, scambi economici. Difatti da quando le fabbriche sono state confinate nell’hinterland in mezzo al verde dei boschi e dei prati, Milano ha solo negozi, uffici di rappresentanza, uffici di collocamento, agenzie di pubblicità, redazioni di case editrici, banche, sale di posa, sale di registrazione, le direzioni delle case di moda, casa d’asta, una miriade di radio private, agenzie giornalistiche, studi di architettura e di design, scuole di architettura e di design, le direzioni di molte multinazionali, le sedi di centinaia di casa discografiche, ma non produce più niente, niente di ciò che rappresenta o vende, neppure i dadi per brodo. Gli oggetti del Nuovo Futurismo riflettono inequivocabilmente questo stato di cose, sono il passaggio obbligato di un’epoca, la testimonianza palese di una generazione che lavora sodo, senza farsi troppe illusioni, senza rimpiangere il passato per ciò che è stato prodotto o per ciò che si sarebbe potuto produrre.

Per questa ragione i Nuovi Futuristi sono convinti che il presente diventa automaticamente un fatto storico - si tratta infatti di pigiare un pulsante, un pulsante qualsiasi - con la sua povera biografia ma già ricca di intenti, di incidenti, di deviazioni, di innovazioni simultanee come dire che, se si vuole, se vai fuori, ti accadono più cose nelle poche ore delle notte che in un mese, in un anno chiuso nell’ottusità dorata della tradizione. Moda, design, spettacolo – soprattutto questo ultimo e ovviamente nel senso più ampio del termine – sono diventati i modelli culturali delle ultime generazioni e, di riflesso, dei Nuovi Futuristi che non vogliono perdere un colpo o quantomeno non vogliono lasciarsi sfuggire certe opportunità di spinto protagonismo. Lo loro opere sono perciò degli strumenti d’arredo domestico per la festa quotidiana o comunque per abbellire il vuoto di dentro, il vuoto di fuori, senza scomodare troppa cultura, troppi dizionari. La loro superficialità ha tuttavia quel giusto spessore che le rende anche inquiete, se occorre; come dire che dopo un po’ appaiono anche un tantino più serie di quanto si crede. Del resto: perché proibire a una generazione di sorridere? Proprio in tal senso questo sorriso provoca un piacere epidermico che si diffonde di gruppo in gruppo, di quartiere in quartiere, di città in città come per un raduno spontaneo: ti infili le scarpe e vai, vai fuori e lasci dietro di te il caffè che bolle sul fornello, la radio accesa… ma in particolare ti lascia dietro tutto il vuoto della cultura che ricicla in continuazione i suoi manufatti di sempre. Proprio in tal senso il sorriso dei Nuovi Futuristi cancella le ambiguità del profondo e del bello, censura automaticamente le gerarchie del talento, rifiuta situazioni provvisorie che finiscono per rimanere tali per tutta la vita.

Il Nuovo Futurismo non stipula contratti di assicurazione perché si è già assicurato il piacere di essere.


Cortese concessione della Fondazione Bandera per l'Arte
giovedì 22 aprile 2010 ore 15:56
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